7 ottobre 2012
Vi presento un’amica – Carmilla vista da me

Essere amica di Carmilla è un piacere e un onore; come avrete intuito il personaggio è colorito…e allora vi svelerò qualche aneddoto.

Iniziamo dal nome: Carmilla è il nome di una vampira, e questa nostra ne mantiene l’animo pasionario e sanguigno, con l’ironia di un palato … vegetariano!

 

Ma aspetta aspetta, cosa c’è sull’insegna: due foglie, no aspetta… più giù…una radice ma allora è… un germoglio!

Ma certo: una fonte di rinascita continua; perché da Carmilla la creatività è di cucina!

Un germoglio: ma di cosa? DI RAVANELLO!

Sarà per le sue foglie a forma di cuore; sarà perché da sempre il pensiero andava su quest’immagine, su questa forma leggera, un po’ buffa e un po’ poetica; sarà perché non fu solo Carmilla a scegliere il ravanello ma anche il ravanello a scegliere Carmilla! Sentite le coincidenze (e vi dico che è vero, più vero del vero… ).

Mi trovavo in Provenza, nel blu dipinto di blu, felice di stare quaggiù: il blu che mi invadeva gli occhi era quello dalle sfumature violacee dei prati di lavanda con il loro profumo intenso…che meraviglia: quando ti entra nel naso senti le cicale! Insomma: ero lì in vacanza e decisi di prendere una bustina di semi: sulla confezione era scritto a chiare lettere “lavande”. Lo portai a Carmilla, pensando al suo prato.

Quando fu primavera, Carmilla li mise in terra e aspettò (per come sa e può aspettare una vampira).

Poi, un giorno di sole, mi arrivò una telefonata:

“Pronto”

“Sì?”

“Sei sicura che in francese lavande voglia dire lavanda?” 

…Io ne sono sicura…ma mano a mano che i semi si dischiudevano e mostravano le loro foglie al cielo,  ci toccò arrenderci a un’evidenza: SI TRATTAVA DI PIANTE DI RAVANELLI. E tra i tulipani e le tagete, fuori dall’orto, nella postazione d’onore di un’aiuola, ora fanno capolino tutti questi ciuffetti dalle fogli allungate a forma di cuore. E a dirla tutta, il ravanello non è rosso, ma di una particolare sfumatura violacea …con un po’ di fantasia: nel blu dipinto di blu del nostro desiderio, la lavanda è comunque presente. Ma soprattutto proprio lì: che incanto di coincidenze veder spuntare un germoglio di ravanello!

 

4 ottobre 2012
Il bianco e la complessità

Alcune delle mie idee migliori mi vengono in spiaggia., sulla sabbia Ho sentito i più decantare le proprietà della toilette (il ché li avvantaggia sul quantitativo di occasioni di ispirazione). Se fossi un gatto munito di cassetta, potrei unire le due cose – ma per ora solo vampira resto…

Io e il fotografo eravamo davanti all’orizzonte. Lui aveva avvicinato l’occhio al mirino; fece qualche scatto, poi si voltò verso di me, porgendomi la macchina: “Guarda dentro” Presi la Nikon – su di me risultava molto più instabile e il peso che sulla sua mano grande dava sostanza al gesto, sulla mia comunicava precarietà e imperizia. Appoggiai l’occhio, e dentro mi ci entrò il mondo.
La vita era lì, si imponeva: mobile e cangiante come quelle onde mai uguali, come il mutare di espressione continuo delle due donne davanti a me, amiche intente nel racconto di sé e delle proprie peripezie amorose.
Tenendo stretta la macchina al mio viso, mi spostai, ruotai la ghiera e il mondo si allontanò e prese un altro ordine.
“Il fotografo prende posizione” dissi restituendo lo sguardo al mio vivere e fissando gli occhi di Luca.
“Cosa vuoi dire?”
“Dico che scegli dove stare, cosa guardare, da che distanza; dico che il fotografo non controlla però gestisce la realtà, la organizza. Dico che tu la realtà ce l’hai”. Quest’ultima frase la pronunciai con una certa nostalgia – o invidia.
“Esiste l’opzione “non avere la realtà”?” fece quindi lui, onesto e candido.
Invidia, senza dubbio invidia. “Certo che c’è. Chi scrive, chi dipinge – e pensai a Sergio, un amico artista e combattuto che avevamo incontrato la sera prima – è l’opposto di un fotografo. Tu inquadri e davanti a te c’è la complessità, il relativo multiforme; tu hai a che fare con quella roba lì. Ma noi no: noi abbiamo a che fare con il bianco. E il bianco non è il vuoto; io credo che il bianco sia il contrario del vuoto – non a caso cromaticamente il bianco è la somma di tutti i colori. Il bianco è l’assoluto, nel bianco c’è il tutto. Tu hai a che fare con la realtà, noi abbiamo a che fare – crediamo ovviamente, è il nostro personale delirio creativo – con la verità”.
Ormai ero presa dal mio pensiero che via via si chiariva davanti a me. Proseguii parlando a me e a lui.
“Fare un segno sul bianco non vuol dire aggiungere; vuol dire togliere. Noi (io e Serio e quelli della categoria) sappiamo che tradiremo quello che abbiamo dentro, quello che sappiamo o vorremmo sapere. Noi sappiamo che scrivendo o creando una forma sul bianco, diremo solo una parte e il resto lo perderemo. Il resto sfugge; la parola, il simbolo, il segno, sono l’unico modo che abbiamo; e l’urgenza ci smuove a usarlo; ma sappiamo che è un mezzo imperfetto. Per questo viene l’angoscia da bianco; per questo non si scrive o non si dipinge. Si rinuncia per non subire quella perdita. Ci si arrende di fronte all’impossibilità di esprimere Quella-Cosa-Là”. Mi fermai e pensai a Stefano: fu lui a instradarmi al concetto di relativo, a farmi intuire che potesse esistere questa opzione; per me la relatività è stata una conquista, ogni volta da riconquistare.
A cena, dopo una profumata pasta alle sarde, del Nero d’Avola denso e parole leggere, dalla bocca del fotografo uscirono queste parole “Sai che oggi non ti ho capito bene: mi ripeti quello che hai detto?” …un altro mondo…

E chi cucina, chi cucina com’è: più fotografo o pittore o scrittore? Gli ingredienti quando li pensi hanno un colore, un profumo: li devi sentire per ideare nuovi accostamenti. Chi cucina allora è forse simile a quel pittore che non fissa la tela (il “bianco”) ma guarda la tavolozza, piena di tutti gli strumenti del possibile.

4 ottobre 2012
Costellazioni

“Slava viene in Italia!”
“Leggi in quali teatri passa: magari riusciamo a vederlo.”
Mentre scorrevo con il dito le righe dell’articolo, sentii il tintinnio dei bicchieri: succo d’arancia, caffè in tazza grande e un’enorme brioche siciliana. Spostai il giornale per far posto alla colazione.
Un giorno qualunque di fronte a un caffè qualunque.
Una giornata che non sarà più qualunque.
“Ci terrei tanto che lo vedessi anche tu: ti piacerebbe, sai? la sua poesia…una malinconia russa, come la sua neve”. Sorseggiai il caffè e ripensai a quei mondi visionari, spazi mentali agiti da corpi, creature – non più attori – che dischiudevano luoghi e sogni senza nome.
Luca aveva addentato la sua parte di brioche e riposto la mia metà sul piattino. Mi guardava divertito del mio peregrinare assorto: lanciò un’occhiata al giornale e mi disse: “2 ottobre a Milano. Ti ci porto!”.
Felice della promessa, ripresi a godermi l’ora sospesa della domenica mattina; l’avevo preso come un impegno, un viaggio e una scoperta: provare a stare lì ed ascoltare quel che accade quando il tempo non lo si insegue (col rischio di superarlo e trovarsi fuori da ogni possibilità di interazione verace); provare a lasciarmi trasportare al suo ritmo, attenta a osservare quel che scorre simultaneamente in esso. Nel mio tempo scorreva quindi nell’ordine: una tazza di caffè nero – in parte consumato – e mezza brioche siciliana.
Decidere se mordere un cibo o spezzarlo con le mani e portarlo alla bocca, non dipende dall’educazione. Non per me: io scelgo di volta in volta. La presi in mano e ne staccai un pezzo, avvicinandolo al naso per farmi investire prima dal profumo del lievito e dagli aromi dell’impasto. E non ne fui delusa. Allora lo portai alla bocca e mi arresi al primo boccone. Quello che libri e saggi ripetevano da decenni sul rapporto tra desiderio e mancanza, restandomi oscuro (ma con la consapevolezza chiara che lì c’era qualcosa che andava scoperto), si palesò ai miei sensi aprendomi un chakra. Quella brioche era buona, terribilmente buona. Una delizia che mi riempiva di desiderio. Ma se anche ne avessi mangiate 20, il desiderio che mi risvegliava non sarebbe stato appagato; mangiandone 20, il desiderio sarebbe stato ucciso, deviato, depistato; tramutato in sintesi in un mal di pancia (la psicanalisi non la spiegherebbe così, ma è solo una questione di esperienze …e di scelte del menù). Insomma: potevo godermi quella brioche e il suo piacere, ma non esaurire il mio desiderio “di lei”.

Il desiderio resta là, un po’ più in là di noi, sempre un passo avanti: a tenderci, smuoverci e chiamarci.
I desideri sono come stelle – sarà per questo che quando ne vediamo cadere una, si dice di esprimere un desiderio?
Ognuno ha tanti suoi desideri – costellazioni. Ci indicano la rotta, disegnano il nostro quadro astrale, identità e movimento.

4 ottobre 2012
Ode alla tigna 1

Marco, che è sostanzialmente ateo, sostiene che la frutta sia la prova dell’esistenza di Dio – una contraddizione che per una donna sarebbe intollerabile, da risolvere con arrovellamenti e controprove, e che non scalfisce invece minimamente la mente di un maschio.
“La frutta la stacchi dall’albero ed è subito buona: polposa, generosamente ricca e immediatamente data” – sottotesto: “Non come quella cosa denominata verdura che tu ti ostini a chiamare cibo e che mi guarda dal frigo se non ostile, quantomeno con sguardo vacuo”. In effetti lui è così: si stupisce ogni volta della trasformazione della zucca in pietanza, non meno di quanto dovette meravigliarsi Cenerentola vedendola diventare una carrozza.
Di certo, l’uomo antico – sì, quello peloso delle caverne, Marco appunto o un suo stretto parente – dovette passarne di peripezie per arrivare a concepire l’idea di “ingrediente”….già, mi sa che è stata sua moglie, o sua madre, comunque una donna.
E se il pane è italiano, il nostro cavernicolo era un tignoso fantasista…Allora, andò più o meno così…
Ed egli mise in bocca una manciata di chicchi di grano…e si tirò via fibre dai denti per 3 giorni. Per la rabbia, prese tutte le spighe e le pestò forte coi piedi, vendicandosi del torto subìto. E lei passò dietro con la scopa a ramazzare…ma quella polvere sprigionava un buon profumo. Lo mise a cuocere e venne una tortilla (sì, sono nate prima le chips, ma siccome non era messicana, non se ne accorse). Quella volta però furono i denti del nonno a lamentarsi – proprio non riusciva a masticarle…E allora lei aggiunse l’acqua nel pentolone, e fu minestra di grano (ma siccome non era in Perù e non era miglio, anche quell’esperimento restò senza storia). Decise di rimandare l’impresa e andò a stendere i panni. Fu allora che nella cucina passò il bambino: di corsa, col suo gavettone (chiaro, quello è stato inventato subito: i bambini sono i più svegli). Girava veloce intorno al tavolo e fu lì che avvenne lo schianto: il bambino rotolò al suolo e sul piano si formò un lago e presto un paciugo di sementi schiacciate e acqua. La madre rientrò svelta, pulì la pietra e sotto la sua mano si formava via via una palla, che venne gettata nel fuoco e abbandonata lì, per cercare un’erba con cui disinfettare il ginocchio del piccolo caduto.
Ma dopo un poco, uno a uno, si ritrovarono tutti davanti al fuoco, attratti da un odore intenso e morbido: babbo, nonno, mamma e bambino stettero attoniti e immobili per un poco, poi, come caricati a molla, si avventarono tutti su quella pallotta, un giorno pagnotta, salvata alle fiamme, restituita alle fauci. Ed è così che nacque il pane. Azimo. Sciapo.
Già perché la domanda è: e chi fu quel genio che pensò al lievito, e al sale?

4 ottobre 2012
Biancameringa e i dieci baci

E Biancaneve salutò i nani. Un bacio a testa. Un bacio su ogni testa. Via il cappello, fuori il bacio.
Ma…1,2,3,4,5,6,7…8? 9? 10?
Dotto: va beh, chiaro che qualcosa s’ha da impara’…sboroni mai!
Mammolo: la tenerezza è un sentimento da coltivare, ma non deve diventare un infestante
Pisolo: il sonno fa bene e sognare è fonte di scoperta
Cucciolo: accettare anche di farsi coccolare e imparare a farsi ben volere
Brontolo: lamentazio…beh, diciamo che è concessa se accompagnata da autoironia, ma soprattutto: tenere alte le antenne per opporsi quando è il caso
Eolo: la leggerezza del vento per andare lontano e un bell’etciù per riconoscere quando si è allergici a situazioni anguste
Gongolo: e vogliamo concedercelo e godercelo un po’ di sano piacere?
sono 7,…eppure…ne conto dieci. riprovo: Mammolo, Pisolo, Cucciolo, Brontolo, Eolo, Gongolo…ah ecco: Volendolo, Potendolo, Bisognandolo…
senz’altro i miei 3 preferiti.

4 ottobre 2012
cm xxx,xx

Nella casa in cui abitavo quando ero bambina, proprio sopra il blocco cucina c’era un pensile di due piani. Conteneva il sale (grosso e fino), il caffè e tutte le spezie. Il Nesquik la mamma lo aveva lasciato più in basso, in un altro armadio. Era l’unico alimento in mezzo a ordinate ceramiche, alla zuccheriera e alla mia tazza di plastica gialla con sopra Bambi; il motivo c’era e io lo apprezzavo. Non arrivavo comodissima nemmeno lì, ma allungando tutto il braccio potevo conquistare la scatola.
A colazione trovavo tutto già pronto. La tazza sul tavolo, il latte caldo, i biscotti e in inverno la luce accesa della cappa sopra i fuochi – appena un alone arancione per entrare piano nel giorno. “Buongiorno per tutto il giorno!” Mi piaceva – e ancora mi piace – questo saluto.
La colazione era la prima cosa che facevo al mattino. Arrivavo in pigiama con gli occhi stropicciati e vedevo mia madre in camicia da notte. Il caffè usciva borbottando e lei ne prendeva una tazza tonda, caffè nero; mia sorella presto potè metterne un goccio nel latte. Io guardavo ogni anno la mia tazza di cioccolata e sapevo che sarei diventata grande il giorno in cui anch’io avrei macchiato il mio latte. Del caffè non mi chiedevo se fosse buono o meno né se mi potesse piacere più del cacao: era una soglia e io lo ambivo.
Come quell’armadio alto. Quando sarei potuta arrivare al sale senza salire in piedi sulla sedia? Chiaramente il perché volessi arrivare al pensile non era per rubare facilmente il sale – cosa che capitava solo qualche volta quando me ne mettevo un poco nella mano e lo succhiavo lenta con la lingua.
Di tutto quello che accadde in cucina prima che arrivassi al metro di altezza, ricordo solo i cuscini sulla mia sedia incastrata sul fianco del frigo.
Altezza 110 cm: la testa spunta precisa dal tavolo pieno di farina e posso osservare le mani che impastano e tirano; sì, soprattutto che tirano. La sfoglia dello strudel deve essere sottilissima: solo così le mele formeranno un composto morbido, cremoso e la pasta avrà un velo friabile per poi sciogliersi subito in bocca. Mentre mia madre e mia nonna armeggiavano tra ingredienti, tortiera e frutta secca, io e mia sorella stavamo a guardare maneggiando gli avanzi di pasta e inventando fagottini salati, e le ascoltavamo parlare concitate. Restavamo lì, immerse inconsapevoli in un’emozione di ricordi non detti ma rievocati dolcemente in quella vicinanza. Scoprimmo più tardi che quello era il piatto preferito dello zio; era il dolce dei dolci della bisnonna che continuò a prepararlo anche dopo che il figlio morì, senza però mangiarlo mai più.
Altezza 140 cm: gli occhi sono più vicini agli occhi dei grandi. Intercetto traiettorie.
Altezza 160 cm: mettendomi in punta di piedi arrivo al sale. Per il secondo scaffale non c’è verso, dovrò continuare per sempre a servirmi della sedia.
L’unico motivo per cui a volte invidio le persone alte è che hanno potuto osservare il mondo da più punti di vista mentre crescevano.
Qualche volta mi chiedo cosa vede e come mi vede chi è molto più alto di me. Mi metto su un rialzo e osservo, e un po’ mi viene da ridere: è proprio un’altra cosa, soprattutto il rapporto tra pieni e vuoti.
Quel che non trovo giusto è che già son alti, in più per un beffardo gioco di prospettive ai miei occhi risultano più slanciati. Loro invece mi schiacciano!
Voglio farmi 3 magliette, di quelle con le scritte:
1. Da ribelle a rivoluzionaria
2. Dall’ossessione al desiderio
3. Sono più magra di come mi vedete voi pertiche

4 ottobre 2012
Brigadum (che oggi scopro si scrive Brigadoon).

L’occasione non era felice: ci eravamo ritrovati tutti per un funerale. Sul sagrato della chiesa, piccoli crocchi di persone arrivate da più luoghi e l’eco sfumata della ghiaia calpestata. Non c’erano abbracci: presenze composte. Cerchi stretti e vicini, quasi a toccarsi. Parlavamo lentamente; anche lì, era così naturale stare insieme. “Domenica ci vediamo?” “Ma sì, dai; se riesco veniamo” – un appuntamento appoggiato come una nota su un pentagramma di memorie che aveva il suono dei Dedale. Molti erano già andati via; ci staccammo anche noi, e a ogni passo ci si faceva più prossimi alla nostra vita, vicini e dritti, le mani una nell’altra. “Ti va se ci fermiamo a cena da queste parti?” Salii sulla moto e accennai un sì prima di mettermi il casco. Il tramonto si allungava ancora giallo e intorno le montagne erano di un verde lucido da inizio estate. La strada si snodava in tornanti morbidi ed io mi tenevo stretta alle maniglie, forzando i muscoli degli addominali perché nelle frenate i caschi non sbattessero uno contro l’altro. Il vento era caldo. Ci fermammo davanti a una costruzione in pietra, dal cortile largo e apparecchiato. La decretammo la pizza più buona del mondo.
Cercammo più volte di tornarci, ma ogni volta che ci avventuravamo per quelle salite, incontravamo solo bar della posta o ristoranti da cerimonia. Finché un giorno: “Brigadum!” la mia voce uscì squillante, cristallina, irrorata di felicità. Era ancora la pizza più buona del mondo. “Ma cosa vuol dire Brigadum?” E allora gli raccontai di quel film: “lui camminava nella nebbia e finalmente, per caso, trova un paese: Brigadum; conosce una donna, si innamorano, ma quel paese, appena lui si allontana, svanisce. e lui cerca di tornare, ritrovare la strada, ma niente: non esiste, come fosse solo sogno. E poi un giorno, di nuovo la nebbia e i suoi passi arrivano a Brigadum”. Gli raccontavo quella storia, così come me la ricordavo, falsata (già nel nome) eppure così pienamente e veramente Brigadum.
Ci andammo altre volte. E poi provai a tornarci qualche anno fa – in un’altra vita. Ora sapevo dov’era. – Chiusa attività -. Stava lì, davanti a me, dismessa e presente – come una storia d’amore finita.
Brigadum è una spiaggia di rocce bianche e allungate, con piccoli gamberi trasparenti che mordicchiano i piedi; è quella casa costruita solo a metà: per 5 giorni leggemmo libri a voce alta – voci, corpi tutti fusi insieme nelle lenzuola di un letto grande affacciato sull’orto, mentre fuori pioveva forte che sembrava di essere ai tropici; è una terrazza dietro al mare su cui ballammo uno scottish.
Brigadum è quella piazza di Barcellona in cui ero capitata per caso; una piazza di cui non so il nome, non so il dove, ma che, tornando in quella città con Elena, le volevo mostrare come un segreto – e d’improvviso ci appare. Brigadum sono quelle strade che non sappiamo di sapere perché le conosce solo il nostro desiderio che ci conduce e ci perde.
Scopro solo oggi, mentre per prudenza, conoscendomi, cerco su google questo titolo (o forse pensavo fosse anche il film una mia fantasia?) che si scrive Brigadoon. è buffo…questo film era piaciuto tanto a mia sorella – credo avesse anche pianto. eravamo bambine, forse lei ragazzina. Era piaciuto a lei, eppure ci penso spesso io. Brigadum: come un varco che appare a me soltanto, uno stargate che dà luogo e accesso ai tempi dell’anima, mondi paralleli da cui siamo divisi e uniti per sempre dalla nebbia.

 

4 ottobre 2012
Hai della nutella?

La cuoca era seduta a capotavola.

“Che bravo. Chi è questo che suona?”
“Adam Green. Ti piace?”

Crostoni di pane tostato con crema di fave e pomodorini secchi.
Sformati di zucca guarniti da besciamella con graniglia di pistacchi e cialde di polenta che decorano il piatto e scroccano sul palato.
Cous cous integrale con barbabietola e cipolla: un piatto che avvampa di rosso morbido come il velluto di un sipario.
Torta salata: sfoglia di segale, zucchine speziate.
Contorno di indivia con pinoli e uvetta.
Gelato bianco con crema di mosto.

…“Mi ha messo in mano una Martin. CLA-MO-RO-SA. E poi mi ha detto che se mi piaceva, mi faceva provare anche un’altra chitarra. C’era di meglio? Sì: una vecchia Martin non più in produzione dedicata al fingerpicking…ed è uscito quel suono lì…
“Seeee, tu come Eric Clapton!”

“Hai della nutella?”

La cuoca è seduta. Sì, sono quasi certa che sia rimasta seduta. Eppure giurerei che era in piedi. Perché era enorme.
“No, non ho della nutella, mi spiace. Della nutella. è da ieri che cucino e tu mi chiedi se ho della nutella. è da ieri che ci penso”. “Non cucinerò mai più per te. Portati la tua gamella da casa, fa’ quello che vuoi: mangi prima… Ma io per te non cucinerò più”.

Giorni, settimane. con l’imbarazzo di quel fosso da guadare, aspettando e sperando che il tempo e un cumulo reiterato di complimenti conquistasse passo passo lo spazio e riportasse il mio uomo alla tavola conviviale. Giorni, settimane di mal di pancia e dolore in cui scissa ero io e il fosso nel mio animo, tirata da due parti, tra l’amicizia e la coppia. In sintesi: ero prigioniera di una totale assenza di ironia.
Giorni e settimane in cui il mio uomo non capiva fino in fondo come potesse esser vero.
Fu la parola uomo a chiarirmi il tutto.

La donna imbastisce il banchetto, costruisce l’appagamento, solletica il desiderio e trionfa nel dare piacere. Come, come può essere possibile che non basti? come puoi tu, maschio, desiderare altro…E NUTELLA?
La parabola dell’uomo è invece così semplice: desiderio e godimento. E a quella fine, a quella mancanza leggera in cui si crogiola il piacere e rinasce una nuova tensione, mette una firma: la nutella. Niente più, niente meno che una sigaretta dopo una scopata. Per inciso: lui non fuma…

P.S. o muzos deloi: noi donne adoriamo che non basti. ci fa impazzire, ma lo adoriamo.